I "Vangeli dell'infanzia" e il presepe come epifania
La teologia narrativa al servizio dell'annuncio dell'Incarnazione del Figlio

Frammenti del testo preparato per le conferenze tenute presso la parrocchia del Natale del Signore, in Torino.

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I
La figliolanza divina di Gesú secondo Paolo, Marco, il I Luca e Giovanni

Nel xxx capitolo della Vita Prima di San Francesco d'Assisi Tommaso da Celano narra che il Poverello, volendo tenere sempre davanti agli occhi, per imitarle nella vita, «l'umiltà dell'Incarnazione e la carità della Passione», chiese un giorno ad un importante abitante di Greccio di preparargli una celebrazione del Natale, che ricordasse la nuda semplicità della nascita divina, e che quello gli fece trovare sulla piazza del borgo un bambinello adagiato tra il fieno di una mangiatoia con tanto di asino e bue ed astanti festosi provenienti d'ogni paese con doni vari.


Nessuno rimprovera al "presepe" di Greggio di aver inserito asino e bue, assenti nei racconti evangelici, e di aver dimenticato Maria e Giuseppe, ricordati da Luca e Matteo. Nessuno rimprovera ai successivi presepi di aver inserito personaggi evangelici ed extraevangelici, abbigliati nelle fogge dei tempi piú diversi, applicati ai lavori storicamente piú inverosimili, persino vittime o protagonisti eminenti dei propri giorni, uomini e donne piú o meno meritevoli. Cosí vuole la "pietà" popolare, che dà sviluppi congrui e incongrui all'antico racconto del Natale, ma che ciascuno di noi ha imparato ad interpretare e discernere, cogliendo in cuor suo il cuore dell'unico, ineguagliabile ed essenziale messaggio: Dio si è fatto carne tra i poveri della terra per amore e per la salvezza di tutti gli uomini e chiede che, accogliendolo, imitiamo il suo amore. Esattamente il messaggio che, nella forma popolare e divulgativa del racconto quasi fiabesco, vogliono dare a tutti i loro lettori i primi due capitoli di Matteo e di Luca, noti come "vangeli dell'infanzia". Vangeli costruiti, come vedremo, con singolare arte narrativa, ma anche con attentissimo vaglio teologico di ogni possibile richiamo simbolico alle immagini e al linguaggio di fede della tradizione religiosa ebraica e dell'esperienza proto-cristiana del discepolato del Nazareno e della nuova fede nata dalla meditazione sulla sua morte di croce e dall'esperienza della sua resurrezione.

Gesú Crocefisso e Risorto come Figlio: Epifania "kenotica" di Dio

Chi prende integralmente in esame l'insieme del Nuovo Testamento si stupirà constatando che, su un totale di 27 scritti, solo due dedichino alcuni capitoli, una coppia ciascuno, alla nascita e all'infanzia di Gesú. Tutti gli altri ricordano la sua passione, morte e resurrezione; molti i suoi insegnamenti; almeno quattro la sua vita pubblica a partire dall'incontro col Battista. Mai nominano però la sua nascita. Anche Matteo e Luca, tolti i capitoli iniziali, su cui ci fermeremo per capire la profondità e la bellezza del messaggio teologico legato alle festività e alle tradizioni del Natale, Presepe compreso, rimandano a tale evento in modo occasionale.


Solo Paolo, che Gesú non aveva mai conosciuto direttamente, in Galati 4, 4, dice di lui: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l'adozione a figli». Per il resto silenzio. Non si può, infatti, considerare una notizia sulla nascita storica di Gesú, la visione apocalittica della "donna vestita di sole", che partorisce insidiata dal dragone ed è subito rapita nel deserto (Ap 12).

Se teniamo presente che gli scritti paolini sono i piú antichi del Nuovo Testamento, perché datano tra il 50 e il 60 dopo Cristo, mentre Marco precede di poco il 70, Matteo, Luca e gli Atti si collocano intorno all'80, Giovanni al 90-100 e gli altri poco prima o poco dopo, ecco che siamo indotti a ritenere che la prima comunità cristiana pensò a Gesú, il Nazareno crocefisso e risorto, in termini di "Figlio di Dio", inizialmente a partire dall'annuncio della morte-resurrezione, vissute come vera e propria Epifania kenotica, manifestazione del farsi umile, incarnandosi, di Dio in Gesú.

Cosí si esprime Paolo, che mai aveva conosciuto Gesú, aprendo l'epistola ai Romani: «Paolo, servo di Gesú Cristo, apostolo per vocazione, prescelto per annunciare il vangelo di Dio, che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture, riguardo al Figlio suo, nato della stirpe di Davide, secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la resurrezione dai morti» (1, 1-4).

Paolo evoca, in qualche modo, per indicare la storica divinità del Cristo, il rimando alle promesse profetiche e davidiche e all'annuncio di resurrezione divina di Gesú, fatta da Pietro il giorno di Pentecoste (Atti 2, 22-36), ma qui non si ferma. È ancora lui a presentarci la filiazione divina di Gesú, espressa nell'esperienza teofanica della croce-resurrezione, in termini di auto-spogliazione del divino stesso: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesú, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso accogliendo la condizione di servo e diventando simile agli uomini, facendosi obbediente fino alla morte di croce. Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato il nome che sta sopra ogni altro nome ... » (Filippesi 2, 5-11).

Paolo, coi sui seguaci […] inizia a leggere la generazione divina di Cristo Gesú, […] a prescindere dalla sua nascita storica […]. La legge ad alto livello teologico e apre la via all'interpretazione giovannea, che avrà il suo vertice spirituale nel prologo.


L'incontro col Battista come evento rivelativo della figliolanza divina di Gesú

Come abbiamo visto le comunità proto-cristiane conoscono la nascita storica di Gesú, ma non la collegano direttamente alla sua divinità. Questa o sta a valle e prende forma con la resurrezione, come elevazione al trono del Padre, conseguente alla fedeltà eroica di Gesú a Dio, o sta a monte come frutto dell'eterno disegno divino di salvezza storica del mondo; sta nel vedere in Gesú il Verbo creatore che scende nella storia umana incarnandosi ad opera dello Spirito. C'è poi una terza soluzione, che è la piú frequente ed è tipica della narrazione evangelica, che punta sulla diretta esperienza storica che di Gesú hanno fatto i discepoli e le discepole storiche al suo seguito, dall'inizio della sua azione pubblica fino alla sua morte e all'esperienza di fede della sua resurrezione, con il conseguente avvio della missione post-pentecostale.

Per tutti questi testi il tramite storico della confessione della divinità di Gesú, il farsi uomo in lui di Dio, l'Incarnazione, non avviene attraverso il richiamo alla madre, pur riconosciuta come passaggio necessario al suo farsi carne concretamente individuabile come Gesú il Nazareno. Il tramite storico, la causa prima della confessione di fede nella sua divinità, è l'esperienza apostolica della sequela, della croce e della Resurrezione, che prende avvio col racconto della prima rivelazione pubblica della sua missione, diversamente narrata nei quattro vangeli. Vale a dire, inizia con le parole celesti che accompagnano e suggellano l'incontro al Giordano (fiume simbolico fin dall'ingresso nella terra promessa (Giosué 1, 2; 3-4) di Gesú col Battista, figura profetica che evoca lo stesso Elia, comunemente ritenuto il precursore del Messia.

È la strada fatta propria dalla predicazione apostolica piú divulgativa; diremmo oggi: dalla pastorale di massa. Ce lo testimoniano i discorsi di Pietro e di Paolo, riportati dagli Atti che, quasi concordemente, suonano cosí: «Voi conoscete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, incominciando dalla Galilea, dopo il Battesimo predicato da Giovanni: cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesú di Nazaret il quale passò beneficando e risanando ... E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo resuscitò al terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio ... » (10, 37-43; 13, 23-31).

Gli Atti, non dimentichiamolo mai, sono opera di Luca, lo stesso che scriverà i due celebri capitoli del vangelo, dedicati alla nascita e all'infanzia, non però, contestualmente alla prima stesura del suo vangelo e degli Atti stessi, ma in un secondo momento, per rispondere alle esigenze di una pietà popolare, che si faceva allora e avrebbe continuato a farsi sempre piú curiosa di conoscere le origini del proprio eroe messianico, e andava ormai costruendo narrazioni orali in proposito sempre piú ardite, ricche e spiritualmente edificanti.

Ne saranno esempi diversi i vangeli dell'infanzia di Matteo e di Luca, su cui dovremo soffermarci, ma è fin d'ora bene precisare ancora che l'annuncio della figliolanza divina di Gesú, anche nei vangeli e in tutta la pastorale comune delle prime chiese, per lo piú prescinde da tali racconti, puntando l'attenzione sull'incontro tra il Battista e Gesú sulle rive del Giordano, tanto che non solo il vangelo di Marco di lí inizia, ma fondamentalmente anche quello di Giovanni di lí fa partire il racconto della vita del Verbo incarnato.


Aldo Bodrato, febbraio 2009


(Il testo completo si trova pubblicato su "Tempi di fraternità" nei numeri di aprile e maggio e affronta anche il tema dei fratelli di Gesú e dei suoi rapporti coi familiari in vita. Segnala, inoltre che dopo la morte di Gesú, il primo capo della comunità cristiana di Gerusalemme non sarà Pietro, ma Giacomo, "fratello del Signore")

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